Le frequenti imprecazioni di Cesare e la bellissima storia Asterix alle Olimpiadi, ambientata in Grecia, ci hanno fatto conoscere le numerose divinità greche, venerate anche dai Romani.

Terra (Gea) e Urano
In principio era il Chaos, dal quale emerse Terra. Senza l'aiuto di nessuno, la Terra partorì Urano, che si vergognò della sua madre ignuda. Egli dovette versare copiosissime lacrime di indignazione, poiché dai punti dove quelle erano cadute sorsero fiumi, mari, alberi, fiori e persino animali. La Terra rimase divisa in due parti uguali dal Mediterraneo e dal Mar Nero, col fiume Oceano che circondava il disco. L'incesto si presentò come un fatto inevitabile per i primi dei. L'unione della Madre Terra con Urano produsse tre giganti forniti di cento mani; seguiti da tre Ciclopi che con il loro unico occhio non avevano un aspetto più attraente. Non vi è quindi da sorprendersi se il padre, esasperato, gettasse codesta orribile prole nel Tartaro, che era la più remota e più buia parte dell'infero. Urano, però, doveva tenerci molto a procreare, visto che ora mette al mondo i sette Titani, meno sgradevoli come aspetto, ma di gran lunga più pericolosi per i loro infelici genitori. Spinti dalla madre,che si crucciava per i suoi ciclopi esiliati, i Titani aggredirono nel sonno il padre loro e lo evirarono con una falce di ossidiana.

Saturno (Chronos) e Cibele (Rea)

I Titani si spartirono il mondo sotto la guida del più giovane fra loro: Saturno. Madre Terra, però, fallì nel tentativo di liberare gli amati Ciclopi. Infatti, dopo aver visto che razza di gente erano, Saturno li rispedì immediatamente nel Tartaro insieme con i loro fratelli dalle cento mani. Per vendicarsi della delusione subita, la madre gli predisse che anche lui sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi propri figli. Saturno sposò la sorella Cibele, ma - memore della profezia - prese a divorare i figli che la moglie gli partoriva: un'allegoria del Tempo che distrugge ogni cosa creata. Quando nacque il sesto figlio, Cibele, dietro suggerimento della Madre Terra, lo sostituì con un sasso avvolto in fasce da neonato, che Saturno divorò prontamente. Ch'egli non si sia mai avveduto dell'inganno è una prova delle sue eccellenti capacità digestive!
Il piccolo Giove venne nascosto nella caverna di Dikte, a Creta, e affidato alle cure della capra Amalthea, che lo allattò insieme al semicaprino Pan. Intorno alla culla dell'infante i sacerdoti di Cibele eseguivano frenetiche danze, percuotendo scudi ed emettendo acute strida per coprire i vagiti del marmocchio. Egli fu allevato insieme ai pastori del monte Ida, e con l'aiuto di sua madre diventò coppiere dell'ignaro padre. A questo Cibele fece somministrare da Giove un bevereaggio così gagliardo che neanche quel robusto stomaco poté sopportarlo. Egli allora vomitò prima la pietra e successivamente rigurgitò tutti i bambini che aveva divorato.
Dopo aver detronizzato il padre loro, Giove, Nettuno e Plutone si divisero il mondo, tirandone a sorte i lotti. A Giove toccò il cielo; a Nettuno il mare; a Plutone il mondo sotterraneo. La Terra fu lasciata come proprietà comune a tutti gli dei, sotto la vaga sovranità di Giove.

Giove (Zeus per i Greci) e Giunone (Era)
Stabilì la dimora degli dei sul monte Olimpo , da dove dettava le leggi e controllava i corpi celesti. Quando sua madre Cibele gli proibì di sposarsi, egli ne trasgredì l'ordine e cominciò a corteggiare sua sorella Giunone, ma senza alcun successo. Allora si trasformò in un cuculo tutto infangato, che la pietosa Giunone si strinse al seno per riscaldarlo. Riassumendo la sua vera forma, Giove la sedusse, costringendola così per vergogna a sposarlo.
La Madre Terra, ora nonna, diede a Giunone per dono di nozze un albero dai pomi d'oro.
Gli sposi novelli trascorsero a Samo la luna di miele, che durò trecento anni; ma nonostante la nascita di due figli e una figlia (Marte, Vulcano ed Hebe), il matrimonio non fu molto felice. Avvenivano fra loro continui litigi per le numerose infedeltà coniugali di Giove, che Giunone non era assolutamente capace di impedire, quantunque di tanto in tanto prendesse terribile vendetta sulle rivali o sui loro bambini.
Solo di rado Giunone riusciva a ridestare la passione in suo marito, sebbene qualche volta si facesse prestare la cintura di Venere. Forse la luna di miele era durata troppo a lungo! La loro famiglia, comunque era salita a dodici membri parte per figli legittimi, partner per rapporti extra-coniugali con ninfe o con donne mortali.
Giove diventava sempre più prepotente e insopportabile, tanto che da ultimo gli abitatori dell' Olimpo si rivoltarono contro di lui. Mentre dormiva, lo legarono con cinghie di cuoio grezzo strette in cento nodi. Gli dei cominciarono a litigare per la successione, e la ninfa del mare Teti, temendo una guerra civile, mandò i suoi zii dalle cento mani a sciogliere i nodi tutti in una volta. Non appena liberato, Giove appese Giunone, che aveva diretto la sommossa, a catene d'oro pendenti dal cielo, e le legò alle caviglie pesanti incudini. Ella venne rilasciata solo dopo che gli altri cospiratori ebbero fatto giuramento di fedeltà.

Nettuno (Poseidone)
Anche Nettuno aveva preso parte attiva alla rivolta, e fu condannato a servire per un anno il re Laomedonte, per il quale edificò con l'aiuto di Apollo la città di Troia. Egli era pari a suo fratello Giove per dignità, ma non per potenza: provvidenzialmente, dato il suo caratteraccio iroso!
Seguendo le migliori tradizioni della famiglia, Nettuno sedusse la sorella Cerere; poi ebbe un figlio - un gigante quanto mai antipatico - dalla nonna Terra, prima di cominciare a corteggiare la ninfa del mare Teti, per avere una sposa che si sentisse a suo agio sotto al mare. Giove aspirava anche lui alla mano di Teti, ma entrambi desistettero quando appresero da una profezia che il figlio di lei avrebbe oscurato la gloria del padre. Da quel momento essi incoraggiarono la ninfa a sposare un comune mortale, l'innocuo re Peleo, che divenne poi padre di Achille.
Poseidone sposò un'altra ninfa del mare, Anfitrite; la quale, sebbene piuttosto insignificante, era tuttavia capace di fare scene di gelosia degne di Giunone. Superfluo dire che le provocazioni non mancavano! Ebbe figli che non si distinsero in alcun modo, tranne Tritone , il pericoloso e permaloso dio marino..
Non contento di regnare sulle acque, Nettuno era oltremodo avido anche di domini terrestri, per cui ebbe fiere dispute con Dioniso a proposito di Nasso, con Giunone per Argo e con Minerva per Atene.

Plutone (Ade)
Plutone, figlio primogenito di Saturno, ebbe assegnato il mondo infero: secondo questa tetra e alquanto vaga concezione, le anime dei defunti venivano traghettate sul fiume Stige da Caronte e facevano ingresso nell'oltretomba.
Plutone visitava solo di rado il mondo superiore, essendo meno portato dei fratelli ai piaceri d'amore; tuttavia si invaghì della bella Persefone, figlia di Cerere, che fece rapire e sposò.
Il dio degli inferi aveva affidato il giudizio dei trapassati ai savi re Minos, Radamanto ed Eaco. Questi si occupava degli Europei, l'altro degli Asiatici, mentre Minos fungeva da corte d'appello. I malfattori venivano spediti nel Tartaro, per essere sottoposti a un'eterna punizione; i peccatori pentiti erano destinati ai Campi degli Asfodeli, una sorta di Purgatorio; alle anime virtuose era concesso di entrare nei Campi Elisi, che appartenevano al vecchio Saturno, mentre Ade non vi aveva alcun potere. In quel luogo di delizie era un continuo succedersi di banchetti, di musiche e di danze. Un paradiso di grado ancor più elevato erano, però, le Isole Fortunate, alle quali potevano accedere solo pochi privilegiati, come Achille ed Elena di Troia.

Apollo (Febo)
Abbandonata da Giove alla furia vendicativa di Giunone, Leto andava cercando disperatamente un luogo dove potesse dare alla luce il bambino che portava in seno, figlio di Giove. Giunone proibì alla Madre Terra di offrire ospitalità a Leto e mandò a perseguitarla un mostruoso serpente, Pitone. Da ultimo, Nettuno ne ebbe pietà e sulla fluttuante isola di Delo, Leto mise al mondo un figlio e una figlia.
Apollo venne allevato nel paese degli Iperborei e diventò un bravissimo arciere, pronto a vendicare la madre su Pitone, che come ricompensa aveva ricevuto l'incarico di guardiano del sacro speco a Delfi. Per commemorare l'uccisione da lui compiuta del mostro, Apollo istituì i Giochi Pitici, che culminavano in una gara di corsa da Delfi alla Tessaglia. Altro che Maratona!
Il vincitore riportava una corona d'alloro. Questa pianta ricordava una delle tante disavventure di Apollo, il quale, nonostante la sua grande bellezza, era straordinariamente sfortunato in amore.
Respinto da Dafne, figlia di Peneo, prese a inseguirla nella foresta armato di arco e di frecce. In risposta alle preghiere della fanciulla terrorizzata, Peneo - che era un nume fluviale - la trasformò in una pianta d'alloro sulle sponde del suo corso d'acqua. Costernato, Apollo decretò che da quel momento atleti e artisti sarebbero stati premiati con ghirlande di alloro.
Esiste anche un fiore che è legato a una disavventura di Apollo egli amava un bel giovinetto di nome Giacinto, ch'era ardentemente bramato pure da Zeffiro, dio del vento occidentale. Apollo e il ragazzo stavano giocando al lancio del disco ad Amiclae, presso Sparta, allorché Zefiro soffiò così violentemente sul disco di Apollo da mandarlo a finire addosso a Giacinto, che ne rimase mortalmente ferito. Le gocce del suo sangue furono cangiate in fiori che presero il suo nome.
Apollo usurpò il posto di Elio, dio del Sole. Preceduto dalla sua assistente Aurora (Eos), Elio conduceva ogni giorno il cocchio solare dal suo splendido palazzo di oriente al lontano mare in occidente. Dopo aver fatto pascolare i suoi cavalli nelle Isole Fortunate, Elio ritornava alla base seguendo il fiume Oceano che circondava il mondo. A causa della somiglianza fra i loro attributi, e per la giovanile bellezza di entrambi, Elio venne identificato con Apollo, e i loro miti si fusero in un unico ciclo.

Diana (Artemide)
Diana, sorella gemella di Apollo, usurpò anche lei un posto: il posto della più anziana Selene, dea della Luna.
Diana era una gran cacciatrice, e quando aveva finito di guidare il cocchio della Luna, passava il resto della notte nei boschi con le ninfe che la servivano. Dal suo arco d'argento partivano frecce che andavano a colpire senza fallo ogni specie di bestie, come pure i disgraziati cacciatori che l'avessero scorta mentre si bagnava nuda. L'incontrollata irascibilità di Diana e la sua morbosa ostinazione nella castità ne fanno un caso clinico di frustrazione acuta. Erano corse, però, brutte voci intorno a un leggiadro pastorello, Endimione, che Giove aveva immerso in un sonno eterno per salvare la reputazione della figlia. Ancor più seria fu la sua cotta per Orione, giovane e bellissimo cacciatore. Apollo, accortosi che di lui si era già innamorata la tenera Aurora, ritenne opportuno intervenire . Facendo leva su certe fisime della sorella la indusse fraudolentemente a colpire con una freccia l'oggetto del suo amore. Che Orione sia stato poi collocato fra le stelle insieme al suo fedele cane Sirio, mi sembra una magra consolazione!

Mercurio (Ermes)
Una delle tante relazioni extra-coniugali di Giove fu quella che ebbe con Maia, figlia di Atlante. Più fortunata di Leto essa non incontrò particolari difficoltà al mettere al mondo Mercurio, e il lieto evento ebbe luogo in una caverna dell'Arcadia. Non appena la giovane mamma ebbe voltate le spalle, il bimbo prodigio lasciò la culla, strangolò una tartaruga, e col suo carapace si costruì la prima lira, suonando la quale fece addormentare Maia. Poi partì per la Macedonia, in cerca di avventure: rubò cinquanta vacche, appartenenti ad Apollo, e le condusse a Pilo, facendole camminare a ritroso, in modo che le orme degli zoccoli indicassero la direzione opposta. Offrì dei sacrifici ai dodici grandi numi dell'Olimpo, fra i quali modestamente includeva anche se stesso, e ritornò infine alla sua culla. Allorché Apollo venne a reclamare l'armento rubato: Maia, stizzita gli indicò il bambino che tuttora avvolto nelle fasce di neonato fingeva di dormire. Ma Apollo non se la bevve e dette un'energica sveglia al piccolo filibustiere sotto gli occhi del padre, il quale era piuttosto fiero della destrezza dimostrata dal suo rampollo e pregò i due di far pace. Ciò avvenne mediante uno scambio della lira contro il bestiame, e i due fratellastri divennero amici..
Per la sua prontezza d'ingegno, Mercurio fu scelto come araldo e messaggero degli Dei. Fra i suoi compiti rientrava la stipulazione dei contratti, l'incremento del commercio e la protezione dei viaggiatori. Ma, in memoria del suo promettente esordio, egli divenne anche il dio dei ladri, sicché sarà più volte accaduto che il rapinatore e la vittima abbiano invocato entrambi l'aiuto di Mercurio,per opposte ragioni.

Marte (Ares)
L'impetuoso dio della guerra godeva di scarsissime simpatie nell'Olimpo, persino fra i suoi stessi parenti, sebbene la madre, Giunone, lo impiegasse spesso per i propri fini. Sempre pronto a menar le mani, a volte vinceva e a volte no. Minerva lo sconfisse in due battaglie, ed Ercole lo costrinse a ritirarsi di furia nell'Olimpo. Marte era uno dei numerosi pretendenti alla paternità di Cupido; ma la sua prole sicuramente non sfigurava al confronto: la Discordia, la Paura e il Terrore erano suoi figli.

Vulcano (Efesto)
Vulcano possedeva un fisico che contrastava vivamente con l'avvenenza degli altri numi. Da bambino era tanto brutto che la mamma, disgustata, lo buttò giù dall'Olimpo e non pensò più a lui. Provvide la buona Teti ad allevarlo, e il ragazzo, crescendo, dimostrò una straordinaria perizia nelle arti manuali. Fu solo quando Giunone chiese a Teti quale provenienza avessero i suoi splendidi gioielli che venne a scoprire l'impareggiabile abilità del figlio, e allora lo richiamò subito a casa. Vulcano era un tipo che non serbava rancore; sicché si affezionò molto alla madre. Osò perfino strappare le catene alle quali era stata appesa, per castigo della tentata ribellione. E stavolta fu Giove a precipitare il figlio giù dal cielo. Nel cadere a terra, sull'isola di Lemno, Efesto rimase definitivamente zoppo. Giove, poi, fece pace con Giunone, ma né lui né lei pensarono a riprendersi Vulcano.

Venere (Afrodite) e Cupido (Eros)
La dea dell'amore emerse in tutta la sua bellezza dalle spume del mare.
Venere era estremamente volubile e capricciosa, ma per giunta non prestava quasi mai la sua cintura magica, che rendeva irresistibile chiunque la l'avesse indossata. Per punizione fu data in sposa a Vulcano, il meno attraente dal lato fisico tra gli abitatori dell'Olimpo. Però quest'unione fu più penosa per l marito che non per la moglie, la quale si era invaghita della virilità di Marte. Vulcano sorprese gli amanti e, gettata su di loro una rete infrangibile, convocò gli Dei affinché vedessero coi propri occhi quella vergogna. Gli immortali colsero solo il lato divertente della scena, mentre Nettuno e Mercurio ammirarono moltissimo la piccante situazione di Venere, priva di scampo. Come ricompensa per i lusinghieri apprezzamenti di Mercurio, ella passò una notte con lui e gli regalò un figlio dal doppio sesso: Ermafrodito. Poi si sentì in dovere di fare lo stesso con Nettuno, e, dopo aver speso un intera stagione in teneri rapporti con Bacco, si ritirò a Cipro, riacquistando nel mare la sua verginità, con grande invidia da parte di mortali e immortali. Guai a chi offendeva la dea dell'amore! Suo principale strumento di vendetta era il figlio Cupido (Eros), del quale non si seppe mai con certezza chi fosse stato il padre, dati i costumi piuttosto liberi della mamma. Cupido si divertiva ad accendere innumerevoli passioni, saettando a casaccio con le sue frecce d'oro.

Minerva (Atena)
Fra gli dei persisteva ancora qualche tendenza cannibalesca, specialmente entro il circolo familiare. Dopo aver avuto rapporti con sua zia - la titanessa Meti - Giove la divorò. Strano a dirsi, non gliene derivò indigestione, ma solo un violento mal di testa. Come drastico e insolito rimedio, Giove ordinò a Vulcano di spaccargli il cranio con un'ascia. Il frutto di questa eroica operazione ostetrica fu Minerva che saltò fuori già adulta e armata di tutto punto dalla testa del padre.
Sebbene bravissima nelle arti domestiche, Minerva era una formidabile guerriera; ma, a differenza di Marte, che amava la guerra per la amor della violenza, lei si muoveva solo in difesa delle cause giuste. Aveva ereditato la saggezza dalla sua disgraziata mamma, e perciò si manteneva estranea alle meschine gelosie così comuni nell'Olimpo. Solo una volta si abbandonò a una crudele vendetta, e fu quando la principessa Aracne si era vantata di saper tessere meglio di lei. Sconfitta in una gara, Aracne si impiccò, e fu cangiata in un ragno condannato a far la tela per tutta l'eternità.

Vesta (Hestia)
Fra tutti gli abitatori dell'Olimpo, Vesta era l'unica che non avesse fatto mai parlare di sé, e forse fu proprio la sua purezza a farle, in Grecia, perdere il posto presso l'orgiastico Dioniso. Gli antichi Greci erano troppo avidi di amore e di intrighi per onorare molto una dea così placida, mite e caritatevole come questa protettrice del focolare domestico. Vesta fu invece molto onorata dai Romani, che avevano posto delle donne vergini, le Vestali, a tenere sempre acceso il focolare della dea.

Cerere (Demetra)
Cerere era molto diversa da Vesta. Partecipava in pieno alla «dolce vita» dell'Olimpo. Essa non sfuggì alle amorose profferte del fratello Giove ed ebbe da lui una bambina: Proserpina (Persefone). Dopo un'avventura di passaggio con un Titano, venne violentata dal fratello Nettuno. Ma questi spassi cessarono bruscamente allorché Plutone rapì la giovane Proserpina mentre stava cogliendo fiori in un prato. La sconsolata madre la cercò invano, finché giunta a Eleusi ne ebbe notizie dal primogenito del re. Egli aveva visto un cocchio tirato da cavalli neri sparire a corsa dentro un abisso d i cui non si scorgeva il fondo. E poi la terra si era richiusa sopra l'auriga, il quale teneva stretta a se una fanciulla che si dibatteva. Era, dunque, ben chiaro chi fosse colui che guidava il cocchio!
Cerere proibì immediatamente a tutti gi alberi di produrre frutti e a tutte le messi di produrre grani, sicché la vita sulla terra correva pericolo di estinzione. Ella venne a più miti consigli solo dopo l'intervento della madre Cibele (Rhea), che portò a un compromesso: Proserpina avrebbe passato con Plutone i tre mesi d'inverno, e il resto dell'anno con la mamma. Cerere ritirò la maledizione, istruì il re e i suoi figli e lo ricompenso donandogli sementi e grano e un aratro di legno, per insegnare agli uomini l'arte dell'agricoltura.

Bacco (Dioniso)
Semele, figlia del re Cadmo di Tebe, era tutta fiera dell'amore di Giove. Qualcosa ne giunse all'orecchio di Giunone, la quale assunse l'aspetto della vecchia nutrice di Semele e con quest'ultima finse di mettere in dubbio la natura divina del tuo amante. Allora Semele pregò e scongiurò Giove perché si rivelasse in tutto il proprio splendore; ma quando infine egli acconsentì, la ragazza ebbe un aborto e morì. L'infante venne cucito dentro una coscia del padre e dato alla luce tre mesi dopo. Ecco perché Bacco fu chiamato il «nato due volte» e divenne immortale! Fattosi adulto, scoprì il modo di fabbricare il vino e se ne andò vagando per il mondo, accompagnato da una frenetica schiera di satiri e menadi. Bacco diffuse la coltivazione della vite; e nella resistenza a questa novità si trova la spiegazione delle aspre lotte ch'egli ebbe a sostenere dall'Asia Minore all'India. L'opposizione all'uso della nuova bevanda alcolica si manifestò particolarmente viva nella Tracia, dove la birra si era affermata da lungo tempo come bevanda nazionale. Bacco trionfò solo dopo che il ere di quella regione, essendo improvvisamente impazzito e credendo che suo figlio fosse una vigna, incominciò a potare il naso, le orecchie e le dita al povero ragazzo.
Una sorte non migliore attendeva il re di Tebe, che voleva arrestare suo cugino per condotta disordinata. Le Menadi, furibonde, squartarono letteralmente il povero re, guidate proprio dalla madre di lui, che gli spiccò via la testa dal tronco. La costante ricorrenza del tema della pazzia in questi miti denuncia gli effetti deleteri che dovette produrre il vino al suo primo apparire.
Quando tutta la Beozia ebbe riconosciuto la divinità di Bacco, egli fece un giro per le isole Egee, durante il quale venne rapito dai pirati. Ma le catene che lo tenevano legato si sciolsero, mentre sull'albero maestro e sulle sartie della nave crescevano volute di pampini e di edera e al suono di flauti leoni e tigri giravano festosamente intorno al nume liberato. A quella vista i pirati, colti dal terrore, si gettarono fuoribordo e furono cangiati in delfini. Bacco, allora, diresse la nave a Nasso, dove sposò la cretese Arianna, ch'era stata abbandonata là da Teseo.